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Intervista al Dr. Luigi Stecco (da FisioPodcast)

È sempre emozionante intervistare colleghi e soprattutto maestri come lei. Dà prestigio al mio podcast e mi dà la possibilità di conoscere professionisti che hanno lasciato e stanno lasciando tuttora il segno nel mondo della fisioterapia. Quindi, così, per rompere il ghiaccio, ci parli di lei. Perché ha scelto di fare il fisioterapista?

Mah, è stata una scelta un po’ obbligata in quanto stavo frequentando il primo anno di lettere all’Università di Padova ma posti di lavoro non c’erano e nel 72 era stata aperta la prima scuola in Italia di fisioterapia e lì allora m’han detto che il posto di lavoro era assicurato e quindi mi sono immesso in quella scia senza sapere dove andavo.

Non so se è ancora così anche oggi, comunque ha fatto bene perché a quanto pare ha dato una mano ai fisioterapisti moderni e imparare a lavorare in modo efficace e efficiente. Lei  infatti è l’ideatore del metodo stecco di manipolazione fasciale, che trova applicazione nelle disfunzioni muscolo scheletriche e, se non sbaglio, anche viscerali. Ha scritto libri in diverse lingue, organizza corsi in diversi paesi e quindi vorrei approfittare della sua presenza qui oggi per dare ai nostri ascoltatori delle informazioni complete riguardo il suo lavoro quindi le chiedo: come nasce il metodo Stecco?

È nato dalla voglia appunto di fare qualcosa di utile per i pazienti quindi non mi sono limitato a quello che avevo appreso nella scuola ma già durante la scuola guardavo un po’ cosa facevano persone che allora erano molto più diffusi di adesso, come i cosiddetti tiraossi. Poi ho fatto corsi di massaggio connettivale della Dicke,ho studiato i primi articoli sul metodo Mezieres, metodo Cyriax, sul Travell, la Rolf e da tutti questi predecessori ho preso tutto quello che mi era utile per impostare da metodica che poi ho perfezionato negli anni, soprattutto seguendo l’architettura della fascia.

Ecco, la fascia che è proprio l’argomento centrale della nostra conversazione. Nei vecchi testi di anatomia e fisiologia mi ricordo che con il termine fascia ci si riferiva a quell’involucro, diciamo, fibroso che avvolge i muscoli (Epimisio, Perimisio, Endomisio). In pratica si riduceva il tutto alla miofascia ma la fascia è molto di più. Quindi le chiedo: cos’è la fascia?

In effetti, se noi guardiamo nel dizionario italiano, fascia è definita come una striscia di materiale vario che serve per avvolgere qualsiasi oggetto. In termine medico la fascia è ciò che avvolge il muscolo ma questa è una visione molto riduttiva. Già lei che abbia citato l’endomisio, il perimisio eccetera è già un passo avanti perché, anche nell’ultima edizione del Gray, se si guarda fascia viene ancora definita come tessuto connettivo di avvolgimento, di contenzione dei muscoli e poco più. Invece è una struttura la fascia che ha bisogno di essere molto di più studiata, analizzata. Per fortuna adesso sia all’università di Padova (dove c’è mia figlia Carla che insegna anatomia) che in altre università si sta cercando, dal punto di vista istologico, dal punto di vista fisiologico, dal punto di vista anche anatomico, dissettorio, di vedere bene come fatta questa fascia, come funziona.

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Quando si sente la parola “manipolazione” si pensa, nell’immaginario collettivo, sempre a quelle manovre a particolari caratterizzate da cavitazione, dal classico schiocco ma non è questo il caso. Cosa significa allora manipolazione della fascia e in cosa consiste?

Manipolazione vuol dire sempre un lavoro fatto con le mani. Poi queste mani, se agiscono sulle vertebre (come ha appena citato lei) allora abbiamo la manipolazione vertebrale o chiroprassi come si vuol dire.  Se mobilizza le articolazioni abbiamo una manipolazione articolare o osteopatica. Mentre noi, le nostre mani mirano soprattutto a questo tessuto (che è la fascia) che è tra l’altro l’unico tessuto che è malleabile ed è plastico, quindi su cui noi possiamo intervenire per modificarla e per riportarla nella sua situazione normale, fisiologica.

 Qual è il rapporto tra dolore e fascia?

Dunque, come dicevo la fascia è l’unico tessuto che è plastico e malleabile ma è anche elastico, cioè una terminazione nervosa per poter essere attivata deve essere impiantata su una struttura che lo stira, che lo stira oltre il limite fisiologico e quindi innescando il dolore. Quindi non possiamo parlare di dolore muscolare in quanto il muscolo in sé è un tessuto che si allunga e si accorcia ma non ha in sé (come struttura tessuto muscolare) algorecettori. Si parla di dolore articolare ma anche l’articolazione in sé non può creare dolore, perché la pressione se no… sui nostri menischi o sulle nostre cartilagini…. si starebbe male stando in piedi eccetera. Queste strutture, in effetti, madre natura le ha private dagli nociecettori. L’unico tessuto che invece è fatto apposta per sentire qualsiasi movimento o stiramento fuori dalla fisiologia, dall’impalcatura perfetta dal nostro corpo, è la fascia. Quindi è lì che noi possiamo trovare molti recettori o algorecettori preposti che hanno la funzione bimodale: cioè di meccanorecettori per il movimento, per percepire quindi la propriocezione; e, se stirati fuori dai limiti fisiologici, diventano algorecettori e quindi segnalano una disfunzione. E su questa disfunzione la manipolazione fasciale va ad agire.

Molto interessante. Ho recentemente intervistato un collega spagnolo (un’esperienza bilingue… insomma spero che non sia da dimenticare) che ha sviluppato un metodo chiamato maestro di catena miofasciali ma… a parte la differenza di approccio mi è piaciuto molto il fatto che questo collega considerasse il suo metodo diretto alla causa e non al sintomo, facendo riferimento alla tensegrità della fascia, che spiega come un problema in un punto possa generare un sintomo a monte o a valle. Anche il metodo Stecco ha questa filosofia o fa parte dei cosiddetti metodi sintomatici?

La prima cosa che ha proposto la manipolazione fasciale, quindi uno dei primi concetti che sono stati sviluppati, è stata quella di non andare ad agire sull’articolazione sofferente ma di risalire sul motore che muove quella articolazione,  quindi sui muscoli e quindi sulla fascia che è connessa. Quindi se uno ha male a un  ginocchio (dicevo ai pochi colleghi che mi ascoltavano) è inutile fare la radar o la marconi nel ginocchio, perché il ginocchio è solo la parte dove si manifesta il conflitto, la scoordinazione. È utile salire al centro di coordinazione di quella muscolatura che muove l’articolazione, quindi anche in fase acuta noi non andiamo ad agire nell’articolazione infiammata ma saliamo alla parte che muove (quindi a questi centri di coordinazione che sono sempre extraarticolari). Mentre nell’articolazione troveremo poi altri punti che termineremo centri di fusione ma che hanno un altra funzione, diversa dal centro di coordinazione.

E quindi questo centro di coordinazione è il punto che dà origine al dolore, giusto? E come si trova?

Eh, questa è una parte un po’ difficile perché se uno non fa il corso o non frequenta la scuola, solo leggendo i libri fa fatica ad individuarlo perché inizialmente, nelle scuole di fisioterapia naturale, non viene insegnata questa palpazione specifica della fascia e dei punti di coordinazione. Qualcosa di simile lo si può trovare in agopuntura ma anche qui molto spesso si infligge l’ago senza una precisa palpazione del punto. Ma i nostri punti, i nostri centri di coordinazione, vanno palpati con una logica motoria e quindi viene facilitata la palpazione con questo processo, che indica questo percorso, che indica la manipolazione fasciale. Quindi anche se uno non ha una dote particolare, come i primi cosiddetti tiraossi, che si basavano su di una sensibilità particolare per trovare questi punti densificati, in queste cosiddette “corde fuori posto”, anche un terapista che inizia può trovare subito, seguendo una logica scientifica, dove si localizza il punto e, con un po’ di pazienza, lo individua e lo può trattare.

Ne approfitto che ha nominato anche l’agopuntura perché, sapendo che la intervistavo, alcuni colleghi mi hanno detto “chiedigli questo, chiedigli quell’altro”. E quindi le faccio una domanda volante: c’è corrispondenza tra i centri di coordinazione, i punti di agopuntura e i trigger point?

Guardi, io ho anche avuto la fortuna di conoscere e parlare assieme sia a Travell sia a Simons e loro escludevano inizialmente questa associazione, mentre ultimamente molti sono d’accordo che i punti di agopuntura hanno una corrispondenza con i trigger point; e tutti i punti di agopunturacorrispondono ai centri di coordinazione e ai centri di fusione della manipolazione fasciale. Nell’ultimo libro che ho pubblicato,  che appunto è intitolato “L’agopuntura, medicina occidentale e manipolazione fasciale”, ecco, in questo testo metto in evidenza come tutti i punti trovano una corrispondenza anatomica e fisiologica, se inseriti su questa visione della fascia, su questa architettura della fascia. Quindi c’è un legame strettissimo, insomma, tra la manipolazione e l’agopuntura.

Le faccio una domanda io, un po’ specifica ma mi interessa molto visto che sono anche biologo, oltre che fisioterapista. Nella patogenesi delle disfunzioni fasciali, quindi in questo caso nella densificazione della fascia, che ruolo ha l’acido ialuronico?

 È l’elemento essenziale su cui per esempio si sta concentrando la ricerca dell’altro mio figlio, di Antonio, dell’Università anche di New York, il quale sta cercando una connessione sull’utilizzo delle ialuroinidasi, per modificare la consistenza e questa densificazione dell’acido ialuronico. L’acido ialuronico sembra il maggiore responsabile di questa alterazione della fascia e quindi dell’origine del dolore, perciò le ricerche in questo campo sono state presentate anche nell’ultimo congresso tenuto dieci giorni fa a Padova di manipolazione fasciale, dove dei biologi come Caterina Fede stanno cercando su questo campo, su questa funzione, questa alterazione dell’acido ialuronico. Alcuni di questi articoli li potete trovare anche in MEDLINE dove, digitando fascial manipulation o Stecco, ecc. trovate ben 150 articoli indicizzati, scientific quindi, su questa materia e su questa metodica.

Mi ricordo quando ero studente, che si parlava già della fascia, delle catene, della tensegrità. E ci sentivamo persi, noi studenti, quando ci raccontavano di metodiche manuali come il Rolfing Cyriax, il metodo Stecco appunto, il metodo di distorsione fasciale di Typaldos e altri. Qual è allora la differenza con gli altri metodi?

Mah, la manipolazione fasciale, non sto a fare questi confronti, ma metto in evidenza una caratteristica fondamentale di questa metodica. Noi seguiamo il metodo scientifico, raccogliamo i dati (in genere nei medici viene chiamato anamnesi) ma non è una raccolta generalizzata, indistinta, ma è una raccolta dati finalizzata al problema che presenta il paziente, e nello stesso tempo, questa raccolta dati segue la cronologia nel tempo. Cioè, si cerca di vedere la causa del dolore attuale nelle varie disfunzioni precedenti, in modo tale da non concentrarsi solo sull’ultimo evento ma su tutto ciò che è stato precedente e che ha portato poi al dolore attuale del paziente. Poi, la caratteristica fondamentale della metodica è quella di formulare un primo piano terapeutico, otteniamo un’ipotesi su questi dati,  che viene quindi verificato tramite la verifica motoria. Cioè se si ipotizza per esempio che la lombalgia che soffre il paziente è legata a una disfunzione della fascia che coordina il movimento sul piano sagittale… Bene si chiede al paziente di fare movimenti nei tre piani dello spazio e se in effetti il movimento fatto sul piano sagittale è quello più doloroso, più compromesso, più limitato, allora abbiamo la conferma che l’ipotesi è stata verificata. Si fa una in seconda ipotesi per vedere se, con la palpazione, quel punto che muove il segmento lombare sul piano sagittale è compromesso e se la palpazione lo conferma si passa al trattamento. Infine, fatto il trattamento, si fa la verifica del risultato. Quindi il metodo scientifico viene subito confermato o smentito se il paziente alzando si sente la metà del male o anche nessun dolore che aveva prima, vuol dire che l’ipotesi era giusta, che il piano terapeutico è stato valido e questo dimostra la validità anche della metodica, perché abbiamo il riscontro immediato post trattamento della bontà del trattamento fatto.

Metodo Stecco manipolazione fasciale

Bene, quindi c’è un’anamnesi dettagliata, un percorso di valutazione e (diciamo) diagnosi ben strutturato e poi si arriva alla seduta. Quindi, è forse la domanda che tutti aspettano, come si svolge la seduta di manipolazione fasciale?

È così, come le ho appena esposto. Cioè si procede con la raccolta dati, sia fanno le ipotesi, si fanno le verifiche, si fa il trattamento. Il trattamento e la parte più negativa dal punto di vista della metodica perché prevede la ricerca del punto iperalgico. I pazienti in genere lo capiscono questo e soffrono pur sapendo che quello è il dolore che non provochiamo noi ma che c’è dentro. Anzi sono loro stessi che a volte dicono “Mah, si sposti un po’ può più in qua o più in là” e dicono “adesso li che semto male”. E quindi, pur soffrendo insomma, sono loro i primi a capire che è un male non determinato da noi ma che hanno dentro il loro corpo e che non vedono l’ora che noi glielo tiriamo via.

Infatti c’è questo mito che il metodo Stecco è tanto efficace come doloroso nella seduta. Molti dicono  “il paziente patisce un male della madonna però alla fine sta meglio”.  Ma è vero che è così doloroso e quindi non tutti lo tollerano?

Mah, guardi io sono più di quarant’anni che applico questo metodo e all’inizio, allora lavoravo ancora in ospedale, ho avuto l’unico paziente (di 40 anni) che mi ha detto “beh beh, preferisco tenermi il mio male piuttosto che questo” ma è stato un caso che ancora non ero in una situazione in cui potevo garantire anche sempre il risultato. Anche in agopuntura, perché adesso abbiamo fatto anche dei workshop sul parallelismo tra agopuntura e manipolazione fasciale, abbiamo visto agopuntori anche di fama mondiale ad agire come la professoressa Ling, ecco anche loro vanno in cerca, prima di infliggere l’ago, del punto più doloroso e poi non è che sia così piacevole. Abbiamo sottoposto a questo trattamento dei terapisti che avevano già subito la manipolazione fasciale e alla fine, in confidenza, mi hanno detto “quasi quasi supporto meglio la manipolazione che non questi aghi che entrano, che escono,che rotolano eccetera”. Quindi non è detto che la manipolazione sia dolorosa più di altri metodi che usano magari questa ricerca del punto iperalgico. Il fatto stesso che madre natura abbia fatto quel punto iperalgico è perché è li che chi segna come un dito, come una freccia, dove c’è il problema insomma.

Quante sedute sono necessarie per avere un risultato, la risoluzione del sintomo o meglio del problema?

Il numero delle sedute dipende anche dalla complessità del sintomo, della disfunzione del paziente. Quindi una lombosciatalgia che è lì da un anno e mezzo, che non lascia dormire, è già un buon risultato se con una seduta si allenta un po’ la tensione anche di un 20-30%. In una seconda si fa un ulteriore aggiustamento, quindi in base alla gravità si può risolvere il problema anche con una seduta o, soprattutto chi inizia, ha bisogno anche di due o tre sedute. Io raccomando che se si tratta un caso e si vede che dopo due sedute, massimo tre, non c’è una modifica della sintomatologia, è meglio sempre dire al paziente “guardi vada del suo medico e faccia altre indagini prima di proseguire”. Ma se la situazione si modifica già con la prima, vuol dire che la patologia è modificabile (più che patologia la disfunzione) è modificabile con le mani insomma.

La frequenza delle sedute cos’è? Settimanale?

È settimanale proprio per il fatto che la manipolazione fasciale ha lo scopo di infiammare il tessuto densificato, e quindi l’infiammazione subito (come sa bene anche lei) è un processo che il corpo usa per riparare e quindi noi volutamente ricerchiamo il punto più rigido, più densificato, lo mobilizziamo (ed ecco quindi il dolore, perché andiamo a stirare terminazioni nervose libere imbrigliate in questo tessuto densificato). Il dolore però sparisce con la stessa pressione e lo stesso movimento dopo tre minuti, due minuti a seconda della cronicità della densificazione. Come all’improvviso sparisce, con sorpresa anche del paziente, e quindi questo dimostra che non siamo noi a far male ma era sotto il male, nascosto lì nelle pieghe della fascia, e quindi quando il tessuto è infiammato per due tre giorni anche può lasciare un indolenzimento, un fastidio, quindi non si può tornare subito ad agire perché il corpo ha bisogno di riassestare anche le sue tensioni, la sua postura. E quindi dopo otto giorni si vede dove agire e quali altri punti e andare a trattare insomma, in base a quello che riemerge magari di vecchia data.

Ne approfitto che buttarci in mezzo un’altra domanda di un collega. Perché si parlava di dolore durante il trattamento ma qua mi dicono: “è vero che dopo una seduta si può formare un ematoma?”

Ma guardi, inizialmente anche questo mi succedeva. Oggigiorno ematomi, anche in persone che vengono e vedi che hanno già vari ematomi e ti dicono “ma guardi io ho una fragilità capillare che basta che tocchi uno spigolo e viene subito un ematoma”, anche in questi casi, con questa fragilità capillare, normalmente se la manipolazione parziale viene fatta in modo appropriato non si creano ematomi. Inizialmente. Purtroppo. succede perché lo vedo che alcuni terapisti mi mostrano il callo sul dito o sul gomito perchè premono troppo! Premono più del necessario. Cioè, invece di concentrarsi a ricercare il punto di iperalgico si limitano al punto sensibile, nel punto cosiddetto Ashi in agopuntura, e lì premono e insistono e quindi possono creare un ematoma, un’infiammazione inutile. Poi il paziente molto spesso confonde e dice ematoma ciò che invece è un rossore per infiammazione. Quello è fisiologico. L’ematoma non è fisiologico ma succede proprio per questo motivo, perché non si cerca il punto densificato ma ci si imbroglia con il punto dolente che non è quello da trattare, perché quando la fascia è densificata crea una sensibilità abbastanza generalizzata della zona circostante.

Perché da quel che so io lo scopo della manipolazione è produrre un riscaldamento della fascia, il calore.

Come ben sa anche lei l’attrito crea calore. Il calore modifica, fa passare l’acido ialuronico, oppure la sostanza fondamentale in generale della fascia, da una struttura gel a una struttura sol, più fluida, più scorrevole. E quindi la manipolazione della fascia più che non la compressione ischemica dei trigger point,  più di altre metodiche che usano sfioramenti più superficiali eccetera… è stata dimostrata proprio anche con un piccolo fatto al New Jersey Institute of Technologye, che la manipolazione, creando pressione, attrito, eccetera, sviluppa più calore e quindi arriva prima a questa modifica della sostanza fondamentale della fascia.

Il riallineamento delle fibre avviene spontaneamente o sono necessari esercizi di stretching a casa tra una seduta e l’altra?

In effetti anche questo è un dibattito che si sviluppa. a volte. perché si dice “mah,  bisogna insegnare anche degli esercizi”. Ora, se noi abbiamo ricreato un tensionamento giusto, quindi allentando non solo un punto ma quei punti densificati che creavano la tensione anomala sulla fascia, poi il corpo si muove in un modo fisiologico e le fibre collagene si orientano secondo queste nuove tensioni. Poi, se uno vuole fare del movimento, degli esercizi, bisognerebbe proprio trovare fuori gli esercizi più adatti per quella unità miofasciale che abbiamo mobilizzato, per quella sequenza e quindi sarebbe un lavoro, un compito per casa abbastanza impegnativo per il paziente. Ed è difficile anche da assegnare con questa precisione. Quindi io consiglio sempre ai pazienti di fare movimento, di muoversi, perché è salute il movimento, è vita. Ma ci sarà bisogno di ulteriori ricerche per trovare proprio tutta una serie di consigli più mirati per quei punti che si sono mobilizzati, in modo tale che il paziente faccia veramente qualcosa di utile e che non abbia sono un altro peso da portarsi avanti con quell’esercizio, che dopo magari non è così utile, così specifico insomma.

Quali sono le indicazioni alla manipolazione fasciale? e le controindicazioni se ce ne sono?

Ecco, visto che parlavamo anche di agopuntura, ma anche di tutti gli altri metodi, le indicazioni sono tutte quelle che ha l’agopuntura e tante altre terapie manuali. Quindi praticamente agisce su tutte le disfunzioni dell’apparato locomotore e su tutte le disfunzioni anche degli organi interni, che è un campo questo non ancora conosciuto. Vorrei dire il 95% dei pazienti miei, che mi conoscono ormai da più di 40 anni, quando dicono “Hai anche disfunzioni tipo colite, cistite, nodo in gola, esofagite, difficoltà respiratorie…?”. “Perché?” dice “ma può agire anche su questo?”. Perché nonostante l’abbia detto, scritto, cascano sempre dalle nuvole. Pensano che la terapia manuale sia solo per le disfunzioni muscolari e la terapia manuale invece può fare moltissimo anche per queste disfunzioni interne. Chissà quanto tempo occorrerà prima di far conoscere alla gente queste possibilità e io sono contento di dire questo, adesso, a questa trasmissione radiofonica perché spero che qualcuno altro riesca a capire e a trasmettere questo messaggio.

Metodo Stecco corsi

E questo è anche il mio intento. Far conoscere anche cose che non si sanno su questa metodica, che invece sono molto valide e val la pena approfondire. Siamo quasi in dirittura d’arrivo dai, insomma. La domanda che le faccio è questa: come si può apprendere la manipolazione fasciale?

Ecco, come già anticipato poco fa, uno può prendersi libri, può cominciare a studiarla e se ha tanta tanta buona volontà può anche applicare qualcosa. Ma la strada più diretta e più sicura è quella di frequentare i corsi di primo, secondo, terzo livello, dove vengono insegnate le manualità, la localizzazione precisa dei punti; nel primo livello i centri di coordinazione; nel secondo livello i centri di fusioni articolari; e poi nel terzo livello la disfunzione degli organi interni e quindi come interagire sulle fasce interne (pleura, peritoneo per capirci, fasce renali, vescicali ecc.). Quindi il percorso base è questo e molto spesso chi fa questi corsi li deve ripetere anche due tre volte per apprendere. Perché durano normalmente sei giorni il primo livello, sei giorni il secondo, sei-sette giorni il terzo. Mentre se uno vuole avere una formazione più completa è quello di frequentare la scuola, che dura tre anni, nei fine settimana (sono 6-7 fine settimana l’anno). Lì c’è anche un giorno intero di tirocinio, in cui il docente segue personalmente 4 allievi, per far sì che apprendano meglio la metodica e quindi, quando finiscono la scuola, sono automaticamente certificati, cioè hanno la sicurezza loro (ma anche i pazienti che li consulteranno) di essere trattati secondo i principi importanti della manipolazione fasciale.

E poi lasceremo sicuramente in descrizione anche sui blog i link per poter accedere a questi corsi, che quindi sono fondamentali per apprendere la metodica. L’ultima domanda, insomma, un pò così, veloce: qual è il motto della metodica?

Ecco, il motto è “manus sapiens potens est”, cioè solo avendo in testa dei buoni principi si può essere efficaci nel trattamento. Se non si conoscono l’architettura della fascia e tutte quelle nozioni che velocemente ho buttato lì in questa intervista, ecco, se non si conosce questo anche la mano si perde, non sa dove toccare, non sa dove agire, non sa su che cosa agire.. e quindi solo la conoscenza guida la mano. Potrei concludere riferendo il mio inizio. Come dicevo, quando io ancora facevo la scuola di fisioterapia, mi interessavo perché sentivo che chi andava da questi tiraossi riuscivano ad avere dei risultati strepitosi che io non ottenevo con quello che facevo. C’erano dei cosiddetti tiraossi anche gentili che mi dicevano “mah, senti lì, senti, senti, prova, senti, però io non avendo che la sensibilità non riuscivo mai avere un risultato. E quindi ho visto invece che quando ho dato dei principi, come sono scritti nei libri e delle linee guida, anche chi non ha nessuna sensibilità particolare riesce a ottenere dei risultati. Quindi ecco ancora una volta il motto “manus sapiens” cioè sapendo, conoscendo, puoi fare tanto bene ai pazienti

Benissimo. Già che ci siamo abbiamo l’ultima domanda di un collega poi abbiamo finito. Ne approfittiamo che è qui lei. Mi chiede Simone: nella sindrome miofasciale quali effetti hanno il caldo, il freddo, lo stretching e la mobilizzazione?

Allora nel capitolo miofasciale ci sarebbe un capitolo enorme. È come la fibromialgia,  che comprende tutto. Sono termini che oggigiorno sono di moda ma bisogna vedere se questa sindrome miofasciale ha creato un infiammazione nella articolazione e quindi sull’infiammazione naturalmente è meglio il freddo. Però, se quella infiammazione è  determinata da una rigidità del muscolo e della fascia, ecco che sulla fascia è meglio il caldo per allentare la tensione. Quindi, nella stessa situazione e nello stesso problema si deve agire con due elementi diversi. Cioè nella parte infiammata articolare metto il ghiaccio e nella parte muscolare a monte sarebbe meglio mettere il caldo per allentare lo spasmo, per allentare la tensione. E lo stretching lo stesso. Se c’è una densificazione (quante volte mi vengano sportivi che mi dicono “mah, ho fatto tanto di quello stretching che non le dico ma non mi è mai passata questa tensione”). Cioè, inconsciamente il corpo blocca il muscolo prima di che si strappi, perché la densificazione è la porta aperta verso poi lo strappo, perché il tessuto connettivo, una fascia identificata e rigida, tu vai a stirarla volontariamente durante lo stretching e non arrivi mai a quel danno perché magari il dolore ti blocca. Succede invece che giocando fai lo scatto improvviso, vai a tirare quella parte che è  già densificata e succede il danno anatomico. Quindi ecco che il dolore, non solo quello che provoca la manipolazione fasciale ma anche quello che provoca il dolore, è la salvaguardia della nostra integrità corporea. Quindi non abbiamo da denigrare il dolore come un qualcosa da evitare ma considerarlo come l’elemento chiave per aiutare il corpo e per capire dove metter le mani.

Benissimo, è stato chiarissimo. Dr Stecco la ringrazio per essere stato qui con noi oggi, è stato un piacere conoscerla e spero, anzi, sono sicuro che i nostri ascoltatori abbiano ora le idee più chiare su cosa significhi manipolazione fasciale. Sarà il benvenuto in futuro per fare un’altra chiacchierata, la ringrazio nuovamente e buona serata

Io ringrazio anche le dottor Alessandro, che mi ha dato questa grande opportunità di far conoscere meglio questa metodica e spero che tramite fisiopodcast venga utilizzata anche di più dai colleghi, conosciuto anche meglio dai medici questa nuova proposta terapeutica. Grazie e buona serata a voi.

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